Dettaglio Notizia


Morte, lutto, funerale

inserita il 25 /09 /2008

6940 Letture


 

Morte, lutto, funerale
 

La morte è presente nella nostra vita e ne diventa parte sin dal momento del concepimento. Viaggia con noi attraverso la vita, senza mai lasciare il nostro fianco. E’ lì, e l’unico aspetto positivo è che nessuno sa quando ci presenterà il suo biglietto da visita. Nel corso dei millenni, l'uomo ha creato paradisi immaginari e giardini dell’Eden nella sua ricerca d’immortalità. Le diverse culture dell’umanità hanno immaginato lunghi viaggi verso posti meravigliosi dove la tristezza è sconosciuta, le tribolazioni abbandonate, e uno stato di benedizione e di felicità è garantito all’uomo che infine, come ricompensa per le sue virtù, potrà nuotare in piscine di latte e miele per l'eternità.

Così è stato creduto dagli antichi Egizi, e così si pensa ancora oggi in alcune culture moderne. Se i lettori me lo consentiranno, mi piacerebbe fare una breve deviazione per dimostrare la mia riflessione. Quando mia madre morì nel gennaio del 1978, il suo compagno nelle onoranze funebre Rossi, in Canton Ohio, era uno zingaro che era stato chiamato dalla morte nello stesso momento, seppure in un’altra stanza. Gli zingari sono un popolo molto solidale, chiassoso e rumoroso nelle pratiche d’addio a un defunto. Avevano raccolto soldi sin nel lontano Canada e in qualsiasi Stato d’America pur di presentare i loro rispetti finali per le esequie di una persona di una certa posizione sociale. Il morto giaceva nella bara con tutto ciò di cui avrebbe avuto bisogno per il suo lungo viaggio: impermeabile, ombrello, stivali, cappello, guanti, un cambio di calzini, cibi e bevande, e per ogni caso di necessità, ciascuno aveva messo nella sua bara un dollaro d’argento che gli permettesse di acquistare quanto la famiglia e gli amici avessero eventualmente dimenticato.

C'è un tocco divertente nella storia ed è questo: mia zia Caterinuzza non poté resistere alla tentazione di affondare le mani (com’era abituata a fare con la farina nel mulino di famiglia a Sant'Andrea) in una bara piena di dollari d’argento. Dimostrava la sua agitazione per una tale azione sprovveduta e rischiosa mormorando continuamente "emmo’ quandu sinda vannu" (adesso quando se ne vanno). Quindi, alla fine della visita e dopo che gli zingari avevano lasciato la camera ardente, andò nella stanza per controllare la bara, e scoprì con grande costernazione che le uniche cose rimaste erano gli stivali, l’impermeabile, l’ombrello e un paio di altri oggetti inutili. I dollari d’argento non erano altro che un gesto simbolico radicato nella loro cultura. La scoperta la lasciò delusa ed arrabbiata (Come hanno potuto rimuovere i dollari d’argento!!!). Aveva senza dubbio contato su una fortuna inaspettata che mai si materializzò, e con costernazione esclamava: “dassaru sulu l’umbrella, i stivali, l’impermeabili e nu púacu e mangiara nto tavútu. I ddollari si cogghjiru! “(Hanno lasciato soltanto l'ombrello, gli stivali, il sacchetto con il cibo, e tutto il resto, ma non i dollari d’argento!). Per mia zia, l’"avidità" non era un peccato o un segno di debolezza, ma una virtù da tramandare alle generazioni future.
Adesso torniamo alla nostra cultura così come la ricordo durante la mia fanciullezza a Sant'Andrea.
Spero e prego di trovare l’ispirazione per raccontare con chiarezza il rituale della morte tipico di quel periodo delle nostre vite.


 
 
 MORTE


Abbiamo vissuto in un periodo in cui la parola telefono non esisteva nemmeno nel nostro vocabolario, ma la sua assenza non impediva che le notizie, e soprattutto le cattive notizie, raggiungessero ogni frazione, catúaju e dimora nel villaggio di 6000 persone. Le campane della Chiesa Matrice erano i nostri telefoni che annunciavano alla gente del paese gli eventi del momento.

LE CAMPANE


 Franciscu, u sagrestanu, suonava la grande campana a piccoli intervalli regolari con un suono continuo, quasi lugubre (u mortuariu) quando annunciava la morte di un uomo più anziano e maturo.
 
  La campana centrale veniva suonata alla stessa maniera per annunciare la morte di un bambino o di un neonato.
   La campanella veniva usata per comunicare agli scolari che era ora di entrare a scuola.
 

   Le stesse campane erano usate per annunciare la celebrazione della Santa Messa, ad eccezione del fatto che la domenica il loro suono diventava una festosa armonia. Per mezzo di una lunga corda collegata al batacchio, Franciscu era in grado di produrre un suono talmente armonioso che pareva che le tre campane si fossero fuse in una sola, con un’esperienza del tutto piacevole per le orecchie.


   Franciscu era anche capace di trasformare l’armonia sinfonica in una cacofonia decisamente caotica quando annunciava alla popolazione che c’era un incendio. Suonava le campane come se fossero percosse da un pazzo, senza ritmo o rima, dando luogo a una sorta di pandemonio del campanile. Persino le rondini e i piccioni che normalmente si appollaiavano sul tetto della chiesa erano presi dal panico e volavano via verso posti più sicuri. Il suono delle campane annunciava l’incendio e metteva in guardia le persone dall’imminente pericolo.
 
Non appena le campane annunciavano la morte o l’incendio, il circuito del telefono senza fili entrava in funzione. La notizia si diffondeva da ogni porta e finestra in ogni possibile direzione, così velocemente da poter competere persino con i moderni mezzi di connessione wireless. In pochi minuti, tutti sapevano chi era morto e dove si trovasse l’incendio.


Le campane sono adesso scomparse, e con loro è scomparsa parte di una cultura che non tornerà più. Restano solo i ricordi per i pochi che sono vecchi abbastanza da ricordare. Nel giro di pochi anni anche loro ci lasceranno e i loro ricordi si dissolveranno nel nulla, proprio come il suono delle campane, come se persino essi non fossero mai esistiti!  

  
   
 
IL LUTTO
 
In assenza delle tecniche funebri moderne, il defunto veniva preparato per la sepoltura immediatamente dopo il decesso. Veniva vestito dai parenti o dagli amici di famiglia, con i modesti abiti che aveva indossato in vita. Gli uomini vestivano gli uomini e le donne vestivano le donne. Mio nonno paterno morì nel 1944, quando avevo appena 14 anni. Fui chiamato per rappresentare mio padre, che si trovava in America, nella preparazione del corpo per la sepoltura. E’ un'esperienza che non ho ancora dimenticato, alla quale seguirono mesi di lavoro sulla mia autostima prima che potessi riacquistare il coraggio di andare a dormire senza la paura di svegliarmi.


 Secondo la cultura del tempo, il lutto si teneva in due case separate. Di solito la casa del defunto era il posto per le donne mentre la casa di un figlio o del genero quello per gli uomini. Gli uomini normalmente non sono inclini alle emozioni, perlomeno non sembra che le vogliano mostrare in pubblico (eccetto che per quando si tratta di mostrare la propria mascolinità). Se il defunto era una persona anziana che ritenevano avesse vissuto abbastanza a lungo, razionalizzavano la sua morte come un atto dovuto, e il lungo viaggio verso l'eternità come ben meritato. Fatta eccezione per le rare occasioni in cui il defunto era un giovane uomo e si riteneva che la morte fosse arrivata prematuramente, il lutto degli uomini non era altro che un incontro sociale, dove si discutevano gli eventi del giorno, come il fallimento delle colture e altre cose banali. La paura del "malocchio" vietava loro di parlare dell'abbondanza dei raccolti. Si raccontavano le storie del passato, e ciò che avrebbe dovuto essere ragione di tristezza, diventava invece intrattenimento. La mia famiglia materna (nonni e bisnonni), era composta interamente da donne, essendo gli uomini emigrati in America, e visto che mio zio Giovanni Ranieri lavorava a Venezia come muratore. Mio cugino Andrea Codispoti, Dante Ranieri e io eravamo gli unici uomini della famiglia. Avevamo 12 anni quando, nel dicembre 1941, nostra nonna Sofia ci lasciò alla veneranda età di 88 anni. Avemmo dunque la responsabilità di rappresentare gli uomini della famiglia, e anche di vegliare il cadavere durante la notte. Credo che questa parte del rituale si chiami "Camera Ardente", salvo che non vi era nulla di "ardente" tranne le nostre incontrollabili spaventose sensazioni davanti a un corpo morto. La notte era fredda e umida, e lottavamo con il pensiero di andare al piano di sopra "all'ariu" per recuperare un po’ di carbone con cui accendere il braciere (vrascíari) e generare un po’ di calore. Tenendoci reciprocamente la mano ci guardavamo intorno aspettandoci di vedere apparire il fantasma di nostra nonna da un momento all’altro.

Riacquistammo infine la calma quando realizzammo che se nostra nonna non era apparsa fino a quel momento, non sarebbe apparsa del tutto. Fu durante questo breve momento di ritrovato coraggio che ebbi l’audace idea, e ne convinsi i miei cugini, di sollevare la bara (tavútu), per calcolare il peso del corpo. Riuscimmo a farlo, considerando che la "Nanna" pesava circa 40 kg, ma riuscimmo anche a far cadere il corpo sul pavimento e la paura ritornò più grande che mai. Rimase sul pavimento fino alla mattina successiva, quando un "vováru" (mandriano) chiamato "Ndriéllu" si affacciò alla porta per chiederci come andava. Quando gli dissi che  "a nanna" Sofia era caduta commentò: " s’arzáu do tavútu sula?" (Si è alzata dalla bara da sola)? La sollevò come se fosse "Nu panáru e fica" e la rimise nella bara. All’alba altri vicini di casa iniziarono a venire per vedere come ce la passavamo e non posso negare che tirammo tutti un gran sospiro di sollievo. Tre bambini piccoli, che avevano appena assaggiato la dolcezza della vita, costretti per un'intera notte ad affrontare l'amarezza della morte!
I ricordi di "nanna Sofia" mentre era ancora in vita sono piacevoli. Con gli anni, la sua vista si offuscò e non riconosceva le persone che andavano a trovarla. Quando le veniva detto dalle due mie zie Annunziata e Antenisca o Mariuzza che si trattava di Angelo, Andrea, Dante o qualsiasi altro nipote, esclamava: " Figghjiu/a Santu/a e Benedittu/a " (Mio figlio / mia figlia, possa tu essere sempre benedetta/o e diventare un santo/a). Quasi settanta anni dopo, penso a lei con tenerezza e mi manca. Forse a causa del grande amore che c’era nel suo cuore, e che ha così generosamente donato!  

Il lutto delle donne era tuttavia in netto contrasto con quello degli uomini. Era lì che si piangeva, lì che si teneva il lutto. Le donne sono a mio parere più sensibili alle emozioni e non si vergognano di mostrarle. A volte le mostrano seppure non esistano. La cultura andreolese esige che le donne si mostrino eccessivamente emotive – in modo da impedire alla gente di sparlare e criticare "Ombe'chi dinnu l'agíanti" = cosa dirà la gente? La litania dei "trivuli" cominciava con il parente più vicino che attaccava cantando le caratteristiche e virtù del defunto. La santità veniva concessa persino a coloro che in vita erano stati degli irresponsabili, inaffidabili, pigri, improduttivi e maleducati buoni a nulla, che dopo la morte diventavano dunque dei modelli di virtù.

  Che cos’era un "trivulu"? Nulla eccetto un pianto con forti grida che raccontava alcuni aspetti della vita del defunto. Alcuni "trivuli" duravano per ore in base alla posizione sociale e al carattere del morto. Espressioni come "avrei bisogno di un cielo di carta e di un oceano d’ inchiostro, se dovessi raccontare tutte le tue virtù e buon’opere" divenne comune ai funerali, tanto da non avere alcun effetto shock e aver perso di significato. Un tempo vi erano "trivulaturi" (Badolatesi di Badolato) professionisti che partecipavano a un lutto e facevano il “trivulu” in cambio di una piccola ricompensa. Nel frattempo diventavo adulto, le farse (guardandole con gli occhi di poi, apparivano scene comiche) avevano fatto il loro corso e non erano più parte del costume popolare alle cerimonie funebri. Ora so che quei “trivuli” venivano confezionati e imparati a scatola chiusa per essere adattati a tutti gli scenari drammatici richiesti dall’occasione.


 
I lamenti (trívuli) erano abbastanza forti affinché venissero sentiti, ma diventavano urla incontrollabili quando il clero veniva a prendere il defunto per accompagnarlo in chiesa e celebrare il rito religioso finale. I preti arrivavano vestiti con lunghi mantelli neri e neri berretti, cantando il canto funebre e recitando Requiem per l'anima del defunto. Il loro aspetto certo non consolava i parenti delle vittime in quanto apparivano come ladri di corpi piuttosto che come dispensatori di conforto e di spiritualità. Il clero era seguito da una processione di Congregazioni, dalle Sorelle Riparatrici e dalle ragazze orfane che ospitavano all’Asilio. La processione funebre cominciava dunque a riunirsi come segue:
                      
Le Congregazioni erano così composte: Immacolata, Rosario, Signore (Santa Eucaristia), Sant'Andrea. Ogni Congrega era riconosciuta dal colore della "mozzetta" (mantellina), che indossava; era blu per l'Immacolata, nero per il Rosario e rosso per il Signore e Sant'Andrea. I bambini che erano vestiti per il corteo funebre erano ricompensati nel modo seguente: ciò che rimaneva della candela (u muzzuni da candila) e due soldi. I bambini che portavano il Crocifisso ricevevano tre soldi, e quelli che seguivano il catafalco (catalíattu) ricevevano quattro soldi.


 
IL CORTEO FUNEBRE
 
Il corteo funebre si formava presso la camera ardente dove il corpo era esposto (presso la casa dei parenti). I partecipanti si riunivano lì, e mentre si recavano verso la Chiesa per il rito finale della Chiesa Cattolica, altri si univano a loro. L’omaggio finale ai morti, così come il mostrare rispetto ai vivi, era un fondamento della nostra cultura sociale. Il Clero guidava la processione ed era seguito dalle "Congreghe", dalle Monache (Ordine delle "Suore Riparatrici) e dalle orfane a loro carico, recitando il Rosario Requiem Eterne. Se il defunto rivestiva una certa posizione sociale, gli amici portavano corone con scritte come "Padre Amato" "Caro Zio" "Caro Fratello", ecc ecc . Se il defunto apparteneva a una famiglia  benestante, la famiglia riteneva che la partecipazione della "banda locale" fosse un vero e proprio atto di onore alla sua memoria. La "banda" seguiva il corteo funebre suonando una marcia con una tale assenza di ritmo che sottolineava la totale assenza di talento musicale. L'ultimo gruppo (l’accompagnamentu) era composto da amici, conoscenti e da tutti coloro che sentivano l'obbligo di onorare e dimostrare rispetto per il defunto. Si poteva sempre star sicuri che il farmacista Don Andrea Samà avrebbe chiuso la farmacia per seguire l’accompagnamento.  

Quando il corteo funebre arrivava presso la "Fontana di Pietro Voci", amici e parenti davano il loro addio al catafalco, sorretto dai portatori della bara, e seguito solo dai quattro bambini la cui responsabilità era il ritorno del catafalco (cataliattu) stesso e cioè di assicurarsi che terminasse il suo percorso verso il cimitero, ultimo luogo di riposo dei morti. La bara, con il coperchio rimosso, rimaneva sul tavolo di marmo nella stanza a destra dell’ingresso al cimitero. Il ritorno del "cataliattu" era la parte più divertente dei funerali per noi bambini. A partire dal cancello del cimitero, fingevamo di essere adulti che partecipavano alla "Cumprunta." Trasformando il dialetto in quello che pensavamo fosse italiano, cominciavamo con “ le ona, le doi, le tre” (uno, due, tre) e a ogni conta mandavamo il catafalco su e giù proprio come si fa alla "Cumprunta '. Dopo diversi "le ona, le doi, le tre" arrivavamo alla chiesa dove depositavamo il "cataliattu" nella torre dell’orologio, pronto per essere riutilizzato alla prossima occasione. I quattro soldi ricevuti bruciavano nei buchi delle nostre tasche (buchi lunghi abbastanza da impedire che la moneta raggiungesse il fondo)  mentre ci recavamo alla potigha (bottega) di Mara Vittuaria D'Anello per spenderli in giu' giu' (confezione di zucchero e menta) o ligurizza (una piccola scatola di sottili pezzi di liquirizia a forma di diamante), un grande premio per le nostre papille gustative non abituate a delizie di zucchero. La morte aveva una ricompensa ultraterrena per l'anima del defunto, nonché una ricompensa terrestre per il palato dei bambini.
 
 
Angelo Iorfida, Canton Ohio (USA), 26 febbraio 2008

Traduzione di Daniela Romeo (Germania) 12 Marzo, 2008
 
PS. I membri della banda di Sant’Andrea erano musicisti solo a tempo parziale. Si guadagnavano da vivere soprattutto come calzolai, barbieri, sarti, fabbri, falegnami e altro. Quando ero ragazzo, mi sarebbe tanto piaciuto poter diventare un membro della banda. Soltanto dopo aver seguito concerti a New York, Cleveland, Boston e Canton ho capito che non avevano talento musicale.

 

( Chiedo Scusa Pubblicamente al Carissimo Amico Angelo per il ritardo nella Pubblicazione di questo articolo , ma i numerosi impedimenti che si sono susseguiti in questi mesi Non mi hanno consentito di pubblicarlo prima . Spero di vivo cuore che la situazione sia tornata alla "normalità" e che si riprenda finalmente l'attività del sito in modo "normale".)

 

Autore Angelo Iorfida
 
clicca sul disegno per tornare indietro

 

 

 

 

 

   
   
   

Tutte le informazioni, le foto e le poesie sono state gentilmente concesse da alcuni paesani, ne è pertanto vietata la riproduzione anche parziale senza autorizzazione.
Copyright © 1999-2015"La piazza di San Sostene" di Stefano Procopio. Tutti i diritti riservati.

Oggi è

5 user online
Disclaimer
5 user online
5 users are at:

 

 

Il tuo IP è