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I lavoratori migranti

inserita il 23 /04 /2007

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I lavoratori migranti (zzappuniaddhu e m?tara)

 

Una parte della popolazione di Sant'Andrea era costituita da lavoratori migranti, non per scelta ma per necessit?. Era la gente che per motivi di lavoro o di matrimonio era arrivata da altre piccole citt? della Calabria. Non avevano le abilit? degli artigiani, n? erano latifondisti. Sopravvivevano come lavoratori migranti. Offrivano la loro schiena a noleggio durante la lunga stagione della raccolta. Migravano nei paesi del Crotoneo e l? aiutavano nella coltivazione del frumento, dell?uva e di altri prodotti agricoli. Lavoravano principalmente nei campi di grano di Crotone, di Cutro, di Botricello ed occasionalmente nelle vigne di Ciro'. La loro lotta per la sopravvivenza e le loro esperienze meritano di essere ricordate e trasmesse alle nuove generazioni di Andreolesi. Fanno parte della nostra cultura e della nostra storia e dovrebbero essere conosciute e apprezzate da tutti. Era una vita molto dura la loro, trascorsa a lavorare duramente nei campi di frumento dei Marchesati, dove irrigavano il terreno con il loro sangue, il loro sudore e le loro lacrime.

 

Ogni anno, a cominciare dal mese di marzo, i lavoratori migranti lasciavano Sant'Andrea alla ricerca dei Marchesati, che li avrebbero impiegati per l'intera stagione della raccolta; ritornavano a casa all'inizio di settembre, ben abbronzati e con abbastanza rifornimenti e contanti per sostenere i mesi invernali.

 

Marzo ed aprile erano i mesi in cui il grano, seminato a novembre, cominciava a svegliarsi dal sonno invernale e la coltura richiedeva la rimozione delle erbacce che, altrimenti, avrebbero invaso i campi di frumento rubando alle piante le sostanze nutrienti necessarie alla crescita di spighe e chicchi di grano pi? grandi. Era questa una parte essenziale della coltivazione.

 

Forniti di un largo cappello di paglia simile a un sombrero messicano (per proteggersi dal sole caldo), lavoravano come schiavi dall?alba al crepuscolo in cambio dei loro pasti quotidiani, di cento grammi di formaggio pecorino o di dura carne di capra e di tre lire al giorno come ricompensa. L'intera famiglia partecipava alla fatica, inclusi i bambini che non ricevevano stipendio, ma guadagnavano i loro pasti quotidiani e la quota fissata di formaggio. Alla fine della giornata, gli operai ritornavano ai tuguri loro assegnati, che erano le residenze fornite dai Marchesati per il loro meritato riposo. Con i campi puliti e sbarazzati dalle erbacce, alla fine d?aprile i lavoratori tornavano a casa, dove avrebbero aspettato la stagione della raccolta (m?tara), che andava dalla met? di giugno fino alla conclusione di luglio e d?agosto.

 

Giugno era il mese che assisteva alla seconda fase dell?esodo verso le regioni di Crotone. Gli operai seguivano lo schema lavorativo consolidato in seguito ad anni d?abitudine. Arrivavano in tempo per l'inizio della stagione della raccolta. Squadre intere di famiglie erano fornite del tradizionale cappello di paglia e di falci taglienti e pericolose. La stagione della raccolta era cominciata!!! Le canzoni degli operai riempivano l'aria mentre un covone dopo l?altro cadeva ad ogni colpo di falce. Restavano piegati dall?alba al tramonto sotto il sole caldo dei giorni afosi dell'estate, afferrando un covone con la mano sinistra e falciandolo con la destra. Canzoni come

     Si voi mu tinda veni

     Venitinda

     Ca lu pajisi meu

     Non e? luntanu

     Ci vonnu cincu jorni

     De caminu

     Pigghjiamu lu treninu

     E ni nda jamu

riempivano l?aria della giornata. Le canzoni offrivano conforto, creavano l'illusione che la loro non fosse, dopo tutto, una vita cos? brutta e disperata e per un momento il loro destino appariva rosato. Sicuramente uno stato euforico, ma non di meno una sensazione di benessere. Le canzoni danno sollievo allo spirito e rinfrescano l'anima. Oggi, mentre ascolto la musica dei neri d?America, i ricordi mi riportano ai tempi che furono. I neri d?America cantavano i loro ?blues? nei campi di cotone del Sud, deplorando gli orrori di una vita di schiavit?.

 

Ciascun covone veniva ammassato nella parte centrale del campo. Quando la raccolta era completa, gli stessi operai si occupavano della trebbiatura e della spelatura del frumento. Quando i proprietari annunciavano che il lavoro per la stagione era completo e quindi che la stagione stessa era terminata, ai lavoratori migranti era concesso di rimanere per alcuni giorni in pi? per setacciare i campi alla ricerca di eventuali spighe dimenticate. Era loro concesso di tenere le spighe trovate e al ritorno a casa raccontavano ai vicini di aver ritardato poich? ?jiru ara spica? (hanno cercato le spighe sfuggite agli occhi durante il processo normale di raccolta).

 

Questa gente eccelleva per il grande spirito di sacrificio e di auto-negazione. Durante la stagione della raccolta non consumava mai la razione assegnata di formaggio, scegliendo invece di conservarla e accumularla in modo da portarla a casa per un consumo successivo. Con le spighe recuperate dopo la raccolta, alcune forme di formaggio e poche lire in tasca, gli operai avvertivano, bench? fosse di breve durata, l?euforia della ricchezza. Per la povera gente non era supposto che la ricchezza fosse duratura. Poteva semplicemente averne un fugace ed euforico assaggio e sognare di essa!!! Ci? non poteva certo far male! Non c?era ricchezza reale. Nel musical di Broadway ?Fiddler On The Roof? ricordo Zero Mostel cantare la canzone ?If I Were a Rich Man ? (se fossi ricco). Nella canzone elenca le cose che farebbe se fosse un uomo ricco. Costruirebbe persino una casa con una scala che condurrebbe da nessuna parte; sarebbe l? giusto per far scena. Rimprovera a Dio, che sebbene sia vero che l?esser povero non sia un disonore (vergogna), certo non rappresenta nemmeno un grande onore.

Spesso mi chiedo quali possano essere stati i sogni e le bramosie di questi operai. Circondati dalla povert? che piagava l?Italia meridionale, erano capaci, nelle loro fantasie pi? oltraggiose, di costruire una casa con una scala che porti da nessuna parte, tanto per far scena? Ho miei dubbi!!!

 

Quei giovani componenti della famiglia che accompagnavano i genitori ai Marchesati diventavano infine adulti e prigionieri dei loro cambiamenti ormonali. Era inevitabile, che prima o poi, il ragazzo e la ragazza sarebbero venuti a contatto in un campo di grano ancora da raccogliere e il serpente, che non era affatto cambiato dai tempi del giardino dell?Eden, avrebbe sollevato la sua brutta testa e li avrebbe tentati con la mela del piacere. Il loro giardino dell?Eden veniva cos? interamente distrutto dai desideri della carne. Della ragazza si diceva ?si nda calau? (aveva permesso che venisse ?abbassata?). L?onore della famiglia doveva essere salvaguardato e si provvedeva dunque a un rapido matrimonio. Due giovani, non ancora ventenni, avevano perso la loro innocenza e tornavano a casa come marito e moglie. Ah, i capricci della vita!!! Un eventuale figlio sarebbe stato indicato come il prodotto del ?si nda calau?. Trascorso un anno, o in seguito all?arrivo del secondo figlio, tutto sarebbe ormai stato dimenticato e il riconoscimento sociale ristabilito per la coppia. Questo capitolo nella vita del migrante si ripeter? diverse volte con i nuovi partecipanti la cui et? molto giovane aveva tenuto, fino a quel momento, sotto le ali protettive della famiglia.

 

Con i cambiamenti politici sopravvenuti negli anni del dopoguerra italiano, quelle persone divennero solidi membri del partito comunista. La loro appartenenza non rispondeva per? tanto alla ricerca di un?ideologia quanto a un intenso desiderio di riscatto. E con questo dico Amen.

 

Angelo Iorfida, Canton Ohio March 18, 2006 

 

 

Autore Angelo Iorfida
 
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