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Luglio 1940

inserita il 12 /10 /2006

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La nave da guerra Giulio Cesare e l'incrociatore Duilio, malamente danneggiati durante la battaglia navale di Punta Stilo, veleggiavano verso le acque più sicure di Taranto e di Bari; la battaglia infuriava ancora con grande determinazione sia da parte italiana che inglese, quando mia madre decise che avremmo dovuto cercare sicurezza sulle montagne, lontano dal litorale. cannonate sfiorano il Gorizia

Più che fuggire dai pericoli della guerra, desiderava rifugiarsi in un luogo dove potesse trovare un po' di quiete. Mia madre era attratta dalla solitudine, dalla pace e dalla serenità che offrivano le montagne, e non amava la confusione e la folla che popolavano le spiagge. Parlò del suo desiderio di rifugiarsi sulle montagne a Concetta 'e Bombinu, (meglio conosciuta come "zzoppareddha 'e bombinu" a causa del suo piedino di legno), sua amica e confidente. Concetta sopravviveva facendo dei massaggi con panni di lana impregnati in olio di oliva rancido, che applicava sul co rpo. Inoltre si esercitava nell'applicazione delle sanguisughe per succhiare fuori dal corpo il vecchio "sangue stanco" affinché fosse sostituito da quello nuovo e più energico (una pratica accettata del tempo). Concetta saltò dalla gioia (impossibile con un piedino di legno) all'idea di unirsi a noi per un'estate di svago e suggerì che forse avremmo potuto rifugiarci nella baracca del padre, situata sul piano Pecoraro nella prossimità del luogo in cui è stato localizzato il "paddhinu de' giganti". Il "paddhinu de' giganti" era una roccia enorme, di forma rotonda, probabilmente là da millenni, quale risultato dell'attività alluvionale seguita alle glaciazioni, quando le calotte polari cominciarono a sciogliersi a causa del riscaldamento globale. La leggenda narra però che la roccia fosse usata come "pallino" dai giganti durante il loro quotidiano gioco a bocce.Se quello fosse il formato del pallino, è lasciato all'immaginazione dei lettori prevedere il formato delle bocce... E' fatto riconosciuto e popolarmente accettato che quello fosse un pallino, e nessuno ha mai messo in discussione o si è mai chiesto che fine abbiano fatto le bocce. Come sono sparite? Sono state rubate? In caso affermativo, chi è o chi sono i ladri? E perchè il pallino è stato lasciato là? Una voce popolare andreolese raccontava che il Marchese Francesco Lucifero, nell'andare e venire dalla Lacina, dove pascolava il suo gregge di pecore durante i mesi estivi, nei suoi momenti di pausa e ginnastica personale , scavalcava (stranculava) il pallino molte volte con facilità. Alcuni individui affermavano addirittura di averlo visto coi propri occhi!!! Il formato del pallino renderebbe impossibile scavalcarlo a chiunque, giganti compresi, ma la storia ha continuato a tramandarsi, io credo più che altro per motivi opportunistici e "di cortesia" in modo da ottenere i favori del Marchese . Si trattava di pio desiderio da parte loro. La povera gente ha bisogno di desideri per poter sperare, in quanto la speranza è essenziale per la sopravvivenza e le aspirazioni future . La realtà è che i nobili non concendono né grandi né piccoli favori alla gente comune o ai contadini.

Durante la mia recente visita a piano Pecoraro in compagnia di Gregorino, di Stefano e Salvatore ( padre di Mimmo) abbiamo provato a individuare il pallino leggendario, ma non ci siamo riusciti.Ciò che una volta era spazio aperto si è ora trasformato in una giungla dalla crescita selvaggia, impossibile da controllare.

In ogni modo, la baracca che Concetta desiderava così tanto dividere con noi era un rudere in totale rovina; nessuno l'aveva abitata per anni e le riparazioni necessarie erano di gran lunga al di sopra delle nostre forze e della nostra volontà.La battuta d'arresto non trattenne mia madre dal perseguire il suo sogno di un posto idillico tra le montagne.Aveva sentito parlare della casetta posseduta dalla famiglia Calabretta, conosciuta a Sant'Andrea come "I Spezziala" a causa della loro azienda farmaceutica. I Calabretta usavano la casetta come rifugio durante le battute di caccia, tant'é che nella parte posteriore della stessa avevano persino costruito un canile per i loro stessi cani. In seguito all'emigrazione dei membri maschi della famiglia a Roma, dove hanno esercitato la professione di avvocato, la casetta e la proprietà circostante sono state vendute a Saverio Aloisio, di San Sostene.Gli Aloisio erano mandriani di capre e pecore, che dormivano sotto lestelle o in capanne di fango.

La casetta veniva usata per curare il loro formaggio e per proteggerlo da eventuali animali. Così, la richiesta di mia madre di affittarla venne rifiutata, ma gli Aloisio furono così gentili da offrirci l'uso del canile. Io e mia madre arrivammo in montagna con il minimo indispensabile e prendemmo subito possesso del canile come nostro rifugio e casa.Ai lettori potrà sembrare scomodo come luogo in cui vivere, ma c'era spazio sufficiente per dormire e, ovviamente, si cucinava all'esterno in un focolare improvvisato alimentato dal legno, che abbondava. La Casetta dei Chiani

Fummo accolti dall'intera famiglia, che ci presentò all'altra gente della zona.Erano gli ospiti perfetti, una caratteristica ancora presente fra i sansostenesi. Durante la mia recente visita sono rimasto molto colpito dalle dimostrazioni di amicizia da parte di tutti coloro che mi hanno conosciuto solo tramite il moderno miracolo detto internet.

La famiglia Aloisio era composta dai seguenti membri:

1) Saverio, il patriarca della famiglia.Baffi e capelli rossicci, chiari occhi bluastro-verdi, era un uomo delicato, tranquillo e dall'atteggiamento modesto.Tuttavia poteva rappresentare più di un round in una lotta. Ebbi occasione di assistere alla discussione che ebbe con un altro uomo sui diritti di proprietà e vi assicuro che ci avrei pensato tre volte prima di aggrovigliarmi con lui.L'uomo era impavido, ma generoso.Saverio mi offriva sempre "u scardatu", una specie di mozzarella fatta con le particelle di ricotta rimaste nel calderone di rame.

 

Passa il Mouse sopra le persone ,
ti apparirà il nome !

2) Stella, seconda moglie di Saverio, e sorella della sua prima moglie, che lo aveva lasciato vedovo con quattro figli quasi adulti.Stella si occupava delle incombenze quotidiane della cucina e della vendita della ricotta.Ogni giorno, a piedi nudi e con "u sportuni" in cima alla testa, girava i villaggi circostanti nella speranza di vendere la produzione del giorno di ricotta. E aveva molto successo!!! Non ricordo di averla mai vista ritornare con le ricotte invendute.

3) Sostene, che non ho mai conosciuto, in quanto era al tempo soldato in Libia, dove divenne prigioniero durante la guerra. Quando venne liberato dal campo di prigionia, io ero già emigrato negli Stati Uniti. Durante la mia ultima visita mi è stato detto che Sostene non era in condizioni di ricevermi, e quindi non abbiamo mai avuto l'opportunità di incontrarci.

4) Franceschina, una giovane donna davvero molto bella, per la quale sviluppai presto una segreta infatuazione.Aveva alcuni anni più di me ed io, temendo il ridicolo e il rifiuto da parte sua, non trovai mai il coraggio di rivelarle i miei sentimenti. Gli Aloisio avevano molti amici a Sant'Andrea, che visitavano regolarmente alla domenica.Era questa la loro pausa dopo una settimana di duro lavoro.Non dimenticavano mai di visitare la mia famiglia (io e mia madre) e trascorrevamo qualche tempo rilassandoci e chiacchierando. Fu durante una di queste visite della domenica, io avevo allora sedici anni, che Franceschina, seduta accanto a me al focolare, mi si avvicinò in una maniera curiosa, come se volesse farmi capire che condivideva i miei sentimenti. Credo che la mia subitanea premura al suo arrivo avesse reso ben evindenti i miei sentimenti ai suoi occhi. Fui sopraffatto da quel sentimento di estasi e gioia che sperimenta soltanto una persona che si innamora, o pen sa di essersi innamorata per la prima volta. Essendo timido e poco loquace mi agitai tantissimo e fui incapace di reagire al suo tocco delicato. Ho conservato il ricordo di quel momento per tutta la mia vita ed infine ho avuto il coraggio di rivelare a Felice, suo fratello, che una volta ero segretamente innamorato di sua sorella. La fiamma che avevo segretamente celato durante i primi anni della mia gioventù era infine venuta allo scoperto. Purtroppo, Franceschina non era più con noi per sentirlo.Sono sicuro che ci saremmo fatti entrambi una grande risata.Felice mi ha mostrato una recente immagine di lei e sono rimasto colpito dal fatto che anche in età avanzata, e senza l'aiuto di cure estetiche o cosmetici, sia riuscita a mantenere la sua bellezza naturale.

5) Gregorio era un solitario che preferiva la compagnia delle sue capre a quella umana. Era sempre in giro a cercare e giocare con le pistole che nascondeva nei diversi "pogghiara" che alloggiavano le capre nei mesi invernali. Non era asociale, ma semplicemente timido e scomodo fra la gente.L'ho incontrato recentemente e ho avuto modo di ritrovare la sua timidezza, la sua riservatezza e l'incapacità di conversare lungamente, ma quanto meno un uomo piacevole.

6) Felice aveva la mia età ed era una peste patentata.Non ha mai perso la sua eccentricità, caratteristica ancora presente nella sua personalità.Non si può che amarlo e volergli bene così com'è. Facemmo amicizia immediatamente e sviluppammo un cameratismo che avrebbe cementato la nostra amicizia.I suoi ricordi sono vividi quanto i miei e dimostrano la sincerità del nostro rapporto.Parlerò più a lungo della nostra amicizia e dei nostri svaghi durante la gloriosa estate del 1940.

Vita a piano Pecoraro:

La vita a piano Pecoraro mi offrì la gioia della libertà e l'occasione di esplorare i misteri della natura.Per la famiglia Aloisio, tuttavia, altro non era che lavoro duro e puro dall'alba al tramonto.Il loro giorno cominciava all'alba con la mungitura delle capre e continuava con le varie attività richieste da un'azienda agricola e pastorale.Saverio era incaricato di fare la ricotta e il formaggio; Gregorio e Felice si occupavano del gregge come segue: Gregorio prendeva le capre e le pecore adulte, mentre Felice le capre e gli agnelli giovani, quelli che erano stati svezzati dalle madri con l'obiettivo di aumentare la produzione di latte e quindi di formaggio. Mentre le capre pascolavano, Saverio, una volta terminata la preparazione del formaggio, aiutava Stella e Franceschina nella coltura della terra, seminata a cereale, grano, patate, fagioli e varie verdure necessarie per la famiglia. Al ritorno dal pascolo le capre venivano chiuse all'interno di una recinzione costituita da sezioni di rami incrociati, chiamati "cannizzi". Questa recinzione venivaspostata ogni notte verso un nuovo punto affinché Gregorio e Felice potessero zappare e mescolare il concime depositato dagli animali durante la notte.In questo lavoro mi univo spesso a loro per sfogare la mia inesauribile energia. Dormivano sotto le stelle, avvolti nelle coperte fatte dalle lane delle loro pecore, e protetti dai loro quattro cani e dalla pistola di Gregorio. Mi veniva occasionalmente permesso di unirmi a loro durante la sorveglianza notturna. Mi sentivo come se fossi diventato un uomo: che venissero pure i lupi, con la mia ascia al fianco, ero pronto a dar loro il benvenuto!

A volte chiedevo a mia madre e a Saverio il permesso di andare con Felice al pascolo. Il permesso aumentava sempre la mia sicurezza e ne guadagnavo in esperienza.Guidare le capre e le greggi in modo che vadano nella direzione desiderata richiede abilità. Osservavo molto e in qualche modo imparai qualcosa di quest'arte. La mia vita professionale in America ha richiesto occasionalmente che fosse raggiunto un accordo comune per la soluzione di problemi delicati ed a volte difficili. Ho immaginato spesso che le persone del cui consenso avevo bisogno, fossero capre da guidare lungo la direzione voluta. Un tocco delicato qui, un severo ammonimento là, e alla fine "la moltitudine" entrava "nell'ovile". Mi ricordo che un giorno in cui pascolavamo le greggi nelle vicinanze di un posto detto "I Coppari", io e Felice cominciammo a giocare a carte e ci dimenticammo completamente delle capre. Al momento di rientrare, ci resimo conto con costernazione che il gregge era sparito e non si vedeva in nessun posto. I lettori non possono avere idea della costernazione e della paura che ci colse! Come avremmo potuto spiegare la nostra negligenza? Avremmo dovuto dire la verità, e cioé che eravamo così presi dal gioco da dimenticarci completamente del gregge? Saverio percepì la nostra paura e dimostrò la sua maestria nella psicologia umana (insolita per una persona non acculturata) non dicendo niente. La punizione non avrebbe dato alcun risultato mentre un ammonimento a una maggiore attenzione nel futuro sarebbe stato più costruttivo. Andò dunque tranquillamente alla ricerca delle capre mancanti. Dopo alcune ore, con nostra immensa felicità e sollievo, tornò con il gregge, che era andato a finire nei pressi di Isca.

Nei giorni in cui non accompagnavo Felice, esploravo i boschi alla ricerca degli animali sconosciuti che immaginavo popolassero la foresta, oppure aiutavo "Pistasili" con il suo lavoro nei campi.Pistasili, di cui non ho mai conosciuto il vero nome, era un uomo anziano (o almeno tale sembrava a un bambino di 10 anni) che forse aveva affittato la terra dalla famiglia Aloisio, oppure questi, per compassione, gli permettevano semplicemente di coltivarla.Il suo mento sporgeva in avanti a causa della mancanza di denti e doveva far grattugiare il formaggio per poterlo gustare. Sua moglie Gioia e due sue figlie venivano una volta a settimana da Sant'Andrea per portargli i viveri, aiutarlo nel lavoro e tornare a casa con sacchi di patate, grano e altri prodotti agricoli.

Felice, il solito burlone, un giorno mi convinse a entrare in una capanna di fango assicurandomi che avrei trovato la pistola nascosta da Gregorio, e dicendomi di controllare, una volta dentro, la condizione dei "sartareddhi".(Non sapevo cosa fossero i sartareddhi, ma ero sicuro che li avrei riconosciuti subito). Entrando con la fretta selvaggia della scoperta dell'arma segreta, fui subito sopraffatto da un'orda (miliardi) di pulci (sartareddhi) che formarono una nube intensa e mi attaccarono non appenaentrato nel loro dominio. Corsi fuori immediatamente, grattandomi con furia, per il diletto di Felice che rideva così forte da scoppiargli la pancia.

Durante la mia recente visita in Italia, sono stato ospite a casa sua con il cav. Gregorino. Mentre gustavamo le soppressate, il formaggio ed il vino, abbiamo ricordato l'avvenimento e noi tutti ci siamo fatti una calorosa risata. Tuttavia la mia esperienza nel "puliciaru" impallidisce di fronte a quella dell'andreolese Antonio Varano. Antonio, e un uomo conosciuto come "Sarvu 'e Gireddha" erano proprietari degli asini che trasportavano i rifornimenti ai boscaioli che tagliavano gli alberi di faggio da essere trasportati tramite la "teleferica" ad un punto in cui ora c'è la pineta. Antonio e Sarvu erano stati amici vicini per un lungo periodo di tempo. Un giorno devono aver cominciato una discussione che si concluse con una vera e propria lotta. Durante la lotta, Antonio morse e staccò un pezzo dell'orecchio di Sarvu (successivamente soprannominato "menzaricchji"). Temendo l'arresto, andò poi da Saverio cercando un posto sicuro dove nascondersi dai carabinieri . Saverio gli indicò la capanna, che io avevo precedentemente visitato, come il luogo più sicuro disponibile. Alcune ore dopo Antonio uscì fuori dichiarando al mondo intero che 10 anni di prigione erano preferibili a 5 minuti in più in quell'inferno infestato dalle pulci. Ancora rido se penso ad Antonio, che si grattava furiosamente e con gli occhi così gonfi che sembrava avesse combattuto 15 round con Muhammad Ali.

Il cervello umano è un organo meraviglioso.È capace di risolvere ogni sorta di problema complesso così come sa girare in vantaggio situazioni difficili. Durante i giorni in cui le capre pascolavano vicino ai cavi della teleferica funzionanti, Felice ed io osservammo che il gancio e le catene che trasportavano i ceppi (traviarzi e ferruvia) si fermavano a intervalli regolari. Quindi avemmo l'idea di metterci in una posizione strategica, che ci permetteva di montare e cavalcare il ceppo sino alla collina successiva. Poi tornavamo indietro per rifare la stessa cosa per l'intera giornata. Per i lettori che possono non aver mai visto una teleferica, o possono non averne mai sentito parlare, mi permetto di descriverla brevemente. La teleferica era un sistema di trasporto usato in terreno montagnoso inaccessibile ai camion o ad altri veicoli guidati dall'uomo. Era un sistema simile alle seggiovie che trasportano gli sciatori in cima alla montagna;salvo che per noiera fatto di ganci e catene mentre il ceppo si trasformava nella nostra sedia.Facevamo questo tutto il giorno e mi meraviglio che non abbiamo mai perso nessuna capra.

Un giorno, durante una delle nostre escursioni incontrammo un giovane che era il figlio di Sosti e Rosa e che Felice conosceva bene. Sosti e Rosa era il proprietario di due buoi e un carretto che usava per trasportare prodotti per diverse persone. Sosti possedeva inoltre un gregge di capre e pecore e un appezzamento di terra che coltivava per le necessità familiari. Il giovane, di cui non ricordo il nome, era nella sua capanna e stava cucinando un piccione o una quaglia che aveva intrappolato. Ci offrì di dividerlo con noi e accettammo l'invito a "pranzo". È un esempio della generosità, del buon cuore e della sincera ospitalità dei sansostenesi. Questo modo di essere fa ancora parte della loro cultura, e spero che non li abbandoni mai.

L'evento descritto sopra mi ha ricordato il giorno in cui mia madre, sempre preoccupata del mio benessere, mi presentò qualcosa di molto speciale (almeno così disse) che aveva preparato per me. Disse che si trattava di un uccello che si era procurata da una fonte segreta. Riconobbi l'offerta per quella che era realmente, e cioè "uno scoiattolo o un ratto" (a quel tempo i ratti di campo erano un accettato rifornimento di proteine e venivano spesso prescritti come cura per i bambini che facevano la pipì a letto). Rifiutai di mangiarlo e poiché lei insisteva nel dire che si trattava effettivamente di un uccello io le risposi: "Mamma, la prossima volta che catturi, compri, o qualcuno ti dà un uccello con i denti, senza ali, senza becco e con quattro zampette, desidero vederlo prima che lo spenni.Conclusione della discussione!!!". Ancora oggi non ho mai visto un uccello che corrisponde a questa descrizione. Lo ha mai visto qualcun altro? Prima che morisse,ricordando le cose del passato, mia madre ammise che si trattava di un ghiro, comprato da un Ischiuatu (Ischitano) che usava intrappolarli negli alberi di faggio.

La fine dell'estate si avvicinava velocemente ed il tempo della raccolta era in arrivo. Il grano era dorato e ondulava alla carezza delle delicate brezze estive che invitavano la falce alla smerigliatura affinché fosse pronta per la mietitura. Era un lavoro duro, realizzato sotto il sole cocente ma sempre in un'atmosfera di allegria e convivialità.Muniti di falci, tutti ci dettimo da fare per mettere il raccolto sotto il tetto. Sosti e Rosa trebbiava i gambi di grano con il suo bue. Stella, Franceschina e Rachela (una nipote degli Aloisio) setacciavano i gusci di frumento con l'aiuto dell'immancabile zefiro,rimuovendo così il guscio dal chicco. Il pranzo consisteva in formaggio, carne salata, insalata di pomodoro, salatu (bugghjularu), pane, e il vino per soddisfare ed estinguere la sete scorreva in abbondanza come la fiumara Alaca durante le pioggie alluvionali. E naturalmente, alla conclusione del giorno, che cos'era una celebrazione senza un ballo di Tarantella al suono delle ciaramelle? Era davvero una festa degna di competere e suscitare l'invidia delle divinità del monte Olimpo. Al lettore moderno un tale pasto può sembrare misero, ma a quel tempo era un banchetto regale riservato soltanto a pochi fortunati.

La raccolta del grano segnava la fine della stagione. Presto la pianura sarebbe stata coperta di neve e Felice e Gregorio avrebbero portato il gregge verso pascoli più bassi per l'inverno.La pianasarebbe presto stata desolata e priva di presenza umana. Il pensiero di tornare a Sant'Andrea e alla vita disciplinata del paese mi riempiva di tristezza.Mi ero ormai abituato alla libertà personale e alla meditazione occasionale sui misteri della vita in un ambiente pacifico e sereno.Credo che il forte desiderio di mia madre per la serenità mi avesse infine vinto.Sono ancora adesso in quel modo salvo per il fatto che ho dovuto fare dei compromessi per poter vivere nella società moderna. Gli anni del ginnasio e del liceo mi impedirono di tornare a piano Pecoraro, ma sono sempre rimasti i ricordi, ancora vividi.

La famiglia Aloisio scese dalle montagne verso un posto vicino alla moderna pineta e continuò la sua produzione di formaggio e ricotta. Andai a trovarli con alcuni compagni di scuola per mangiare una "'mpanata" per la gioia di Felice, sempre contento di vedermi. Recentemente mi ha ricordato che qualcosa che intagliai nella forma di un cucchiaio di legno (cucchiara) che veniva usato per mangiare "a 'mpanata" è ancora là, un ricordo dei periodi più felici. Per i giovani lettori ai quali "a 'mpanata" può sembrare una parola strana, mi si permetta di spiegare che si tratta di ricotta e siero di latte mescolato con pane in una grande ciotola dalla quale mangiavano tutti i partecipanti con grande piacere gastronomico.Vi chiedete se tale pasto sarebbe ora accolto come una festa per gli dei e considerato appetitoso come allora? Nooooo! Fame e miseria fanno degli strani compagni!!!

I cinque anni successivi furono molto impegnativi per me. Completai cinque anni di ginnasio in due anni e andai a Nicotera per completare il liceo classico al Pio XII.Non ci furono molte occasioni di vedersi.Ero occupato con lo studio, mentre Felice, con Gregorio, aveva assunto la piena responsabilità delle capre e della produzione del formaggio. Tuttavia un avvenimento accaduto qualche tempo prima della mia emigrazione in America ci riunì in un modo alquanto buffo. Ero andato a Davoli a occuparmi di alcuni affari di famiglia ed ero sulla strada del ritorno, quando nelle vicinanze del posto dove pascolavano il gregge sentii le urla di una donna (la moglie di Cola e 'Mbennardu) che stava richiamando l'attenzione sul fatto che le capre di Felice pascolavano nella sua proprietà: "Testimuani, testimuani ca i crapi su ntemmia " (siate testimoni che le sue capre stanno pascendo nella mia proprietà). Qualche giorno dopo fui convocato dal Maresciallo dei Carabinieri locale come testimone "del crimine". In modo molto gentile informai il Maresciallo che: sì, è vero che c'erano capre che pascolavano nella posizione presunta, ma non c'era il pastore in vista e l'identificazione della proprietà delle capre era impossibile. Felice ha ricordato l'avvenimento ed entrambi ci siamo fatti una bella risata.

Felice è ancora lo stesso burlone che era in gioventù. Appreso del mio arrivo in Italia, mi ha fatto sapere che era ansioso di rivedermi. IlCav.Gregorino, Stefano ed io siamo andati a trovarlo e lo abbiamo scoperto al bar locale che giocava a briscola. Quando mi sono avvicinato mi ha ignorato, fingendo di essere rapito dal risultato del gioco (bella recita)

e continuando a discutere con il suo compagno sulla carta da giocare. Alla fine ha smesso di recitare, si è alzato e mi ha dato un abbraccio che valeva più di mille parole per raccontare la nostra amicizia dormiente, ma durevole.

Novembre del 1946 è stato il mese della mia partenza dall'Italia. Il mio corpo ha lasciato il mio paese natale ed è rimasto via per quasi sessant'anni, ma i ricordi e l'amore per la mia terra non sono morti mai. Gli anni di studio e del servizio militare e poi il matrimonio e la responsabilità per quattro figli non mi hanno permesso di venire prima, ma il mio cuore è sempre stato tra di voi. La perseveranza dei miei cari amici, Mimmo, Stefano, Gregorino, Saverio, mi ha infine convinto che una visita non era solo benvenuta, ma anche fortemente desiderata. Ho ritrovato l'Italia e la Calabria cambiate economicamente in meglio, ma alcuni cambiamenti culturali mi hanno deluso (il modo americano).

Ciò che non è cambiato è l'amicizia e l'ospitalità per cui siamo sempre stati conosciuti. Dove si trovano ospiti migliori di Gregorino, Stefano, Miku, Felice, Mimmo, i miei cugini Salvatore Mongiardo e sua sorella Franca e i genitori di Mimmo? In nessun posto nel mondo!!!

Infine desidero ringraziare Salvatore (il padre di Mimmo) per avermi fatto da guida alla ricerca di posti una volta famliari a piano Pecoraro, indicando i vari arbusti di cui mi ricordavo, ma che non sapevo più identificare. Per un breve momento mi ha permesso di chiudere gli occhi e il piano Pecoraro della mia gioventù è scorso veloce attraverso i meandri della mia mente. Saverio, Stella, Franceschina, Gregorio, Antonio Varano, Sarvu 'e Gireddha, Pistasili, Gioia e le due figlie, i boscaioli che tagliavano gli alberi di faggio, io e mia madre nel canile, Felice ed io in groppa alla teleferica da collina a collina, tutto è sfilato davanti a me come in una processione infinita. Per un breve momento ho fatto ciò che non può essere fatto: ho toccato il passato ed è stata una sensazione meravigliosa!!! Dove sono tutti?

Mi avete onorato come nessuno aveva mai fatto prima.Mi avete fatto sentire importante quando non lo sono.È con umiltà che mi prendo la libertà di dedicare questa breve storia su un tempo che è stato a tutti voi.Spero che la accettiate con lo stesso spirito con cui è stata scritta, e la conserviate come ricordo della nostra cultura, a favore di coloro che ci seguiranno.

Possa la benedizione di Dio essere con voi ora e per sempre.

Angelo Iorfida, Canton, Ohio (S.u.a.) 8 Ottobre 2005

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Ringrazio Angelo per avermi inviato il suo racconto, e avermi così permesso di tradurlo per la gioia di tutti coloro che hanno conosciuto la nonna Francesca... E per averci regalato uno scorcio intenso di quella che era la vita dei nostri familiari e amici in gioventù.

Daniela Romeo

 

 

Saverio Aloisio Stella Felice Aloisio Franceschina Gregorio Aloisio

 

Autore Angelo Iorfida
 
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