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Dacci Oggi Il nostro Pane Quotidiano

inserita il 05 /02 /2005

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Dacci Oggi Il nostro Pane Quotidiano

Cosa semplice vero?
Una preghiera,un breve viaggio in macchina al SuperMercato e la nostra preghiera sarà esaurita nel corso di un momento.
Io invece, ricordo quando la preghiera durava un intero anno, un anno di forte lavoro. Lavoro di tutta la famiglia, ma, in modo particolare della mamma o della nonna . Preparazione per la coltivazione del grano era responsabilita’ del marito; ma sempre aiutato dalla moglie .Lui, zappava il terreno e, con l’aiuto della moglie, nel mese di novembre seminava il grano . Una bella caduta di neve era benvenuta da parte di tutti i coltivatori, come segno di una buona raccolta, grazie all’umidità infusa nel terreno. Durante il mese di Marzo la donna estirpava le erbacce con l’aiuto di una zappetta molto stretta, così facendo, la pianta di grano poteva nutrirsi al meglio . Abbastanza? Il lavoro della donna era solo all’inizio. Durante il mese di luglio lei aiutava il marito durante la mietitura del grano (La trebbiatrice non era ancora arrivata nel meridione) . Il compito del marito nella produzione del pane era finito!! Era lavoro femminile portare il grano all’aia, dove veniva separato dalla pula per mezzo di un zeffiro che soffiava sempre gentilmente. La nostra donna, se lo caricava in testa e lo portava a casa, come riserva per il futuro ( che forza avevano le donne di allora. Cav. Gregorino capirà la sorgente della forza fisica della sua bisnonna). Il grano è in casa, ma non e’ ancora pane!! Come si faceva il pane? Quasi nello stesso modo che si faceva il “bucato”; ricordate? Le legna per il forno(cocipana) erano raccolte in montagna, il trasporto al mulino per la macina del grano, e le operazioni susseguenti erano completamente servizi femminili. Il giorno che si faceva il pane, il lievito ( u lavato) era procurato da amici ( non c’era lievito in bustine allora) in prestito. La farina era setacciata con “u crivu” che separava la crosta dal fiore (la crusca per ignoranza che prevaleva in quell tempo era riservata come cibo alle galline e maiali) e impastata nella “Majiddha”. Mentre la pasta si sollevava per azione del lievito, il forno era infuocato con legna. Il forno aveva la forma di un iglu’ in modo che le fiamme lo inghiottivano ugualmente.Quando I mattoni interni divenivano bianchi, u cocipana era pronto a ricevere le forme del pane futuro. Tre attrezzi erano necessari per la cottura del pane:
1) U grastiaddhu (rastrello) per condurre le brace verso il fronte del forno.
2) U capuddhu( un palo lungo a cui erano attaccati stracci inzuppati in acqua) per raccogliere le brace lasciate dal grastiaddhu) preveniva residui d attaccarsi alla base del pane.
3) Una pala di legno piatta con la quale il pane era scivolato sul pavimento del forno. Un coperchio di argilla rossa, di fattura degli argagnari andreolese, chiamata “A Pranca”, siggillava il formo per il periodo necessario per la cottura. Noi ragazzi aspettavamo con anzia il dono supremo del giorno: Na pitta carda ammogghiata cu ogghjiu d’olivu sala e pipi macinatu. Bellissimi ricordi della mia fanciullezza ricca di sacrifici e semplicita’.

Angelo Iorfida, Canton,Ohio 27 Gennaio,2005

 

 

Autore Angelo Iorfida
 
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